Linee Guida per la prevenzione e il controllo della Legionellosi – Valutazione Rischio e responsabilità: WORKSHOP dca n. 54 del 4 giugno 2015

Il 1 Marzo 2016 alle ore 15:00

presso il Centro Sanitario Università della Calabria (Cubo 34B 3° Piano, Via P. Bucci -Arcavacata di Rende, Cosenza)

si terrà un Workshop ad entrata libera dal titolo:

Linee Guida per la prevenzione e il controllo della Legionellosi – Valutazione Rischio e responsabilità

Saluti

Dr. Raffaele Mauro (Direttore Generale Asp Cosenza)

Modera

Ing. Nicola Buoncristiano

Intervengono

Dott.: Marcello Perrelli (Direttore Diprtimento di Prevenzione delle malattie Asp Cosenza)

Ing. Gennaro Sosto (Direttore U.O.C. Gestione Infrastrutture e Tecnologie Asp Cosenza)

Ing. Maurizio Gimiliano (Legionella Risk Manager)

 

LOCANDINA-

Qualificare il territorio di Catanzaro e diminuire il consumo di bottiglie di plastica. L’Associazione “Acqua da bere per tutti ” presenta il suo progetto

Sabato 14 Novembre si è svolta a Catanzaro la conferenza stampa di presentazione dell’Associazione “Acqua da bere per tutti“.

Qui sotto alcuni articoli usciti sulla stampa nazionale e locale dove si parla dell’iniziativa.

ARTICOLO GAZZETTA 

ARTICOLO STAMPA

CATANZARO, CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE “ACQUA DA BERE PER TUTTI”

ACQUADABEREPERTUTTISabato 14 Novembre alle ore 11 presso l’Hotel Guglielmo a Catanzaro, conferenza stampa di presentazione dell’associazione ACQUADABEREPERTUTTI  che si prefigge come mission di valorizzare l’utilizzo dell’acqua pubblica come acqua da bere tramite la donazione di fontane che affinano e migliorano alcune caratteristiche dell’acqua potabile pubblica.

Leggi il comunicato stampa

 

Nuove Linee Guida per La Prevenzione ed il Controllo della Legionellosi

Sono state pubblicate le nuove Linee Guida per la Legionellosi che presentano novità importanti rispetto a quanto finora in vigore.
Innanzitutto, tutte le leggi ed obblighi sono stati evidenziati (Atto di Intesa stato regioni per strutture turistiche – Legge sulla sicurezza del lavoro) ed è stata, come evidente nell’allegato, definita la necessità, per tutte le strutture con potenziale rischio di legionellosi (alcune delle quali sono evidenziate), di applicare un protocollo di prevenzione che preveda una analisi del rischio, una gestione del rischio, e l’informazione per tutte le persone che potrebbero a vario titolo, trovarsi in situazioni di rischio.
Per esplicitare quanto sopra si allega un estratto delle nuove linee guida  in cui si evidenziano le tre fasi .

Arsenico nell’acqua del rubinetto

rubinetto (autore Mario Tozzi, articolo originale: lastampa.it)

Anche se l’acqua degli italiani non è sempre di ottima qualità, questa non può essere una scusa per continuare a essere fra i primi consumatori di acqua in bottiglia al mondo (191 litri per famiglia all’anno, più di noi solo il Messico). Non c’è alcuna ragione di sicurezza per preferire l’acqua in bottiglia rispetto a quella del rubinetto, che viene controllata quotidianamente con scrupolo e che deve sottostare a normative draconiane. Chi vuole bere acqua in bottiglia lo può fare per qualsiasi ragione fuorché quella della sicurezza, che è certamente garantita nei nostri acquedotti (e l’acqua imbottigliata può anche essa provenire da falde vulcaniche). Ma l’arsenico, no, quello non ce lo aspettavamo. Eppure, in realtà, le cose sono cambiate solo sulla carta, quando finalmente l’Italia si è adeguata a una normativa europea del 1998 (!) che è stata rimandata, come altre, per quasi vent’anni e che prevede dieci microgrammi di arsenico, al massimo, per litro d’acqua potabile (contro i cinquanta fino a qui tollerati). In diversi posti dell’Italia centrale, e nella stessa Roma, invece, si va ben oltre quelle concentrazioni (o meglio si andava già oltre): circa un milione di persone sono complessivamente coinvolte nel nostro Paese.

L’arsenico non dipende direttamente dall’inquinamento di attività umane velenose più o meno criminali, o dallo stato delle condutture, quanto da condizioni chimiche particolari nell’acquifero o dalla presenza di minerali sulfurei che contengono il pericoloso elemento che viene portato in circolo naturalmente. Lo stesso fenomeno è ben noto in Giappone, Nuova Zelanda, Cina o Grecia e dove sono presenti rocce vulcaniche. E, in genere, si ritiene che il fenomeno sia praticamente tollerabile per gli adulti almeno fino a tre anni di esposizione, mentre comporti rischi più alti fino ai 18 anni di età (i pochi studi epidemiologici non mettono in luce rischio di malattie connesse per livelli inferiori ai 25 microgrammi). E’ peraltro possibile eliminare chimicamente l’arsenico, potenzialmente in grado di provocare cancro e danni cardiovascolari, attraverso alcuni «filtri» che comportano un costo elevato, diciamo attorno a 250.000 euro per cinquemila abitanti (come si è fatto a Vitorchiano, in provincia di Viterbo). Siamo sicuri che eventuali gestori privati dell’acqua possano permetterselo? E, infine, se l’arsenico è da sempre naturalmente contenuto nelle falde acquifere dei terreni vulcanici, come facevano gli antichi abitanti dell’Etruria o del Lazio a non avvelenarsi?

Acqua, ogni giorno seimila litri a testa: ecco tutti gli sprechi nascosti

(Articolo di ANTONIO CIANCIULLO tratto  da www.repubblica.it )

UN ESSERE umano per sopravvivere ha bisogno di 4 litri di acqua al giorno. Ovviamente ne usiamo di più per cucinare e per tutti gli usi domestici: il consumo medio quotidiano di una famiglia europea si aggira attorno ai 165 litri. È già una bella cifra, se però si calcola anche l’acqua virtuale, quella che non vediamo ma è servita a produrre il cibo e a far funzionare le industrie, scopriamo che il conto s’impenna. E che la situazione del nostro paese si fa critica: l’impronta idrica in Italia, cioè la quantità di acqua dolce utilizzata per produrre beni e servizi, è pari a 132 miliardi di metri cubi l’anno, 6.309 litri pro capite al giorno. Siamo il terzo importatore netto di acqua virtuale al mondo (62 miliardi di metri cubi l’anno), dopo Giappone e Messico e prima di Germania e Regno Unito.

Alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua che si celebra il 22 marzo, questi dati sono raccontati nel rapporto “Acqua in bocca: quello che il cibo non dice sull’impronta idrica” preparato dal Wwf. Sono numeri che mostrano la faccia di una potenziale carenza: solo il 2,5 per cento dell’acqua che copre per oltre due terzi il pianeta è dolce. Se togliamo la quota non disponibile perché racchiusa nei ghiacci e nelle acque sotterranee, di questo patrimonio prezioso resta solo l’1 per cento.
Per molto tempo questo 1 per cento è stato sufficiente. Ma l’assalto alle zone umide, la crescita demografica, l’aumento dei consumi pro capite e l’inquinamento hanno fatto saltare in molte aree del mondo un equilibrio già fragile. E ora il cambiamento climatico minaccia di assestare il colpo finale. Così, mentre l’acqua diventa sempre più preziosa, l’Italia si trova esposta al terzo debito idrico del pianeta.

“La colpa è del peggioramento delle nostre abitudini alimentari”, spiega Francesca Greco, la ricercatrice del King’s College di Londra che assieme a Marta Antonelli ha curato lo studio. “In Italia il consumo di cibo è responsabile dell’89 per cento dei consumi di acqua e questo dato ci dovrebbe aiutare perché la dieta mediterranea ha un impatto idrico molto minore di quella a base di carne. Peccato che negli ultimi anni il nostro stile di vita sia peggiorato: importiamo grandi quantità di beni che richiedono molta acqua come la carne di maiale tedesca”.

Non solo abbiamo aumentato i consumi di carne (una bistecca da 3 etti costa 4 mila litri di acqua) ma siamo passati dal pollo ruspante al wurstel, dalla ricotta con latte di pecora al pascolo ai latticini d’importazione provenienti da allevamenti intensivi. E così la situazione è progressivamente peggiorata: l’impronta idrica dell’Italia è del 66 per cento più alta della media mondiale (1.385 metri cubi pro capite l’anno). E tra le principali economie non europee l’Italia si colloca al vertice dei consumi pro capite, dopo Stati Uniti, Canada e Australia.

“Sul risparmio idrico è stata fatta molta comunicazione ma sul versante sbagliato: si parla quasi solo dei consumi nelle case che valgono il 4 per cento del nostro bilancio complessivo”, aggiunge Francesca Greco. “Visto che i prodotti di origine animale (latte, uova, carne, formaggi) rappresentano quasi la metà dell’impronta idrica totale dei consumi, in Italia per migliorare dovremmo puntare con forza sul made in Italy, sui prodotti da pascolo, sul chilometro zero, sulla dieta mediterranea”.

Una proposta che punta a dare spazio, anche in vista di Expo 2015 dedicato al cibo, alla messa a fuoco di un’impronta idrica capace di valutare i vari tipi di consumo: l’acqua verde, cioè la pioggia contenuta nel suolo e nelle piante (69 per cento del totale, assorbita dall’agricoltura); l’acqua grigia, quella utilizzata per diluire l’inquinamento (22 per cento); l’acqua blu: laghi, fiumi, falde sotterranee (9 per cento).

A quando una casa dell’acqua anche a Catanzaro?

FONTANA-CLASSICANegli ultimi anni l’Italia si è confermata primo Paese in Europa e terzo nel mondo per consumo di acqua in bottiglia, e si stima un consumo di circa 6 miliardi di bottiglie di plastica annue.

La soluzione per ridurre l’impatto ambientale del consumo d’acqua ci sarebbe.  

Nella sola provincia di Milano (capoluogo escluso), dove si contano 81 strutture delle 411 distribuite sul territorio italiano, con un’erogazione media giornaliera di 2.500 litri d’acqua,  le case dell’acqua hanno permesso nel 2011 un risparmio di 32 milioni e 21 mila bottiglie di plastica, equivalenti al trasporto su 3.252 tir, al consumo di 1.936 tonnellate di petrolio e di 15.490 metri cubi d’acqua, alla produzione di 1.936 tonnellate di anidride carbonica e di 15,6 tonnellate di monossido di carbonio.

L’acqua erogata è controllata e sicura:  vengono eseguite analisi dall’Asl per accertarne la qualità due volte al mese.

Promuovere l’acqua pubblica diventa  parte di un processo educativo che non solo fa risparmiare i cittadini (soprattutto le fasce con maggiori difficoltà  in questo periodo di profonda crisi  economica), ma li spinge anche a comportamenti ecologici virtuosi.